Il volto umano delle corse

Giancarlo Falappa

Intervista al Leone di Jesi, che gira ancora libero tra i paddock del mondiale superbike
-“Pronto, Giancarlo, fammi un favore, c’è qui il
ragazzo del controllo accesso al paddock che non mi fa
entrare per l’intervista, puoi uscire un attimo?”
-“Ma accidenti, sono qui in motorhome in slip…devo
ancora fare la doccia…”
Il ragazzo sente la telefonata e ridacchiando mi lascia
passare.

Inizia così l’incontro con l’ultimo eroe nostrano delle corse:
Giancarlo Falappa. Un pilota che nonostante i suoi due
gravissimi incidenti (44 fratture e 56 giorni di coma totali) ha
saputo essere al vertice delle corse nel periodo a cavallo degli
anni ’90, vincendo 17 gare della superbike e conquistando 30
pole position. Ribattezzato “Il leone di Jesi” dal suo pubblico,
gode tutt’ora di una grande popolarità.

Su FB c’è da impazzire per stare dietro alla gente, mi
dicevi.

Purtroppo mi dispiace, perché vorrei dare retta a tutti, ma
non ci riesco, sono troppi per una persona soltanto, e non ho
soltanto questo da fare, sono sempre pieno di appuntamenti.

Io ti ho sempre paragonato al grande Omobono Tenni
degli anni trenta per lo spirito combattivo e la guida
irruente…

Me ne parlava spesso Farnè, ma io sono sempre stato un fan
di Kevin Schwanz, il migliore era lui, poi siamo diventati molto
amici, io e Kevin.
L’importante è vincere, non partecipare. Io ho sempre corso
con questa filosofia. Soprattutto vincere. Per me era
giustissimo correre in moto per far divertire il pubblico,
perché io ero pagato per divertirmi, chi viene ad assistere alle
corse invece deve far la fila, pagare il biglietto, star sotto al
sole, all’acqua, è una sofferenza, quindi era giustissimo per
me dargli uno spettacolo in più.
Come mai ti piace Ducati, cos’ha di diverso dalle altre moto?

E’italiana. Io sono nazionalista. Anche se ora è europea, diciamo, ma resta sempre italiana. Dà
lavoro a migliaia di persone italiane ed è giustissimo tentar di sviluppare un mezzo italiano,
vado perfino in Giappone per rappresentare la Ducati. E’ il massimo questo: essere pagato dai
giapponesi per portare il nome Ducati in Giappone. Non che io ce l’abbia con le moto
giapponesi, assolutamente, soltanto che tengo a cuore l’Italia, la gente Italiana e chi lavora in
Ducati. Finchè sarò richiesto in giro per il mondo farò questo mestiere, poi smetterò, perché non
voglio andare a pesare sulle spalle di Ducati.

E dal punto di vista della guida, cosa differenzia Ducati dal resto?

Io, come ti dicevo, vinsi la mia prima gara in Bimota, che montava un quattro cilindri ed era
ben più pesante: allora pesavano 165 kg i 4 cilindri e 140 i bicilindrici e nonostante i 25 kg di
differenza feci la pole e vinsi. Quindi non vedo tutte queste chiacchere…

Diciamo che qualsiasi scarpa ti danno, corri forte.

L’importante è il pilota alla fine, perché le moto vanno tutte forte, sia il 4 che il 2 cilindri. Ora poi
i regolamenti sono decisamente a vantaggio dei 4 cilindri perché lo hanno voluto fare per molte
case motociclistiche, non ultima l’Aprilia, che ha fatto delle storie per presunti vantaggi Ducati.
In realtà Ducati è svantaggiata attualmente dal regolamento.

Tu hai iniziato col cross. Serve per imparare il controllo della moto, o l’importante è
solo “darci del gran gas”?

Serve sì. Io anche quando ho vinto il campionato italiano di motocross nell’81 a soli 18 anni
andavo forte sul bagnato, così come poi in velocità, perché il motocross ti insegna ad esser
libero, la moto la lasci libera e fa quello che vuole: scoda, sbanda… in velocità ti aiuta a
correggere le traiettorie. Non è basilare, chiaramente, può andar forte anche uno che non ha
fatto il motocross, però ti aiuta molto, soprattutto a livello fisico, rinforza l’avambraccio.

Il momento più bello della tua carriera?

Il ’94, quando ho avuto l’incidente. Però ho sviluppato il 916 che è stata una moto con cui io
potevo vincere il mondiale quell’anno, nonostante io abbia avuto l’incidente del ’90 e guidassi al
70 % delle condizioni fisiche, dal ’90 non riesco più ad alzare il braccio sinistro perché non ho
più il muscolo deltoide. Nell’inverno del ’93 ho sviluppato il 916 a Rijeka a porte chiuse e nel ’94
a Donington Park, alla prima gara, la moto era già vincente, vinse infatti poi il campionato. Io
vinsi a Misano la mia ultima gara disputata perché poi andai in Spagna a fare ulteriori test ad
Albacete ed ebbi l’incidente…
Vedi perché ti paragono a Omobono Tenni! Anche lui se era al comando non si permetteva di staccare 5 metri prima perché diceva che gli sembrava di
imbrogliare il pubblico.
Ma torniamo a noi. Tu sei diventato quasi subito uomo Ducati…

Ho fatto un anno in Bimota, il mio primo anno, la mia prima gara, io autista del camion, arrivo in Inghilterra a Donington Park, pole position e vinco. Biliotti, il pilota ufficiale
arrivò 24esimo... L’anno successivo mi ha preso la Ducati e son rimasto sempre in Ducati.
Il 916 è stato un balzo estremo in avanti tant’è che attualmente la 1198 la richiama in molte cose, anche se ovviamente è migliorata. L’888 era una splendida moto stradale
adatta alla pista. Per il 916 io dissi alla Ducati: è inutile fare una moto da strada che corre in pista, dobbiamo progettarne una che corre forte in pista, bella, adattabile anche
alla strada, però deve nascere e vincere in pista. Con Farnè la sviluppammo nel ’93. Poi nel ’94 io ero in testa al mondiale ed ebbi l’incidente, però quella moto ha vinto 4
campionati del mondo e sono stato ripagato così.
Certo che sul bagnato andavi come un treno…

Dopo l’incidente del ’90 avevo problemi con la spalla, come ti
dicevo, ma sul bagnato non c’era bisogno di forza fisica e andavo
come sapevo andare.

Tu hai sempre detto che preferisci  il mondo della sbk  alla
motogp. Ma mi sembra che anche qui le cose siano
decisamente cambiate rispetto a vent’anni fa.

Certo, io ero autista del camion oltre che pilota…però i tempi sono
cambiati…
L’elettronica ai miei tempi era il 220v nel camper…

Ma secondo te lo spirito è rimasto invariato?

Grazie a Pirelli sì. Il monogomma ha portato omogeneità,
mantenendo lo spirito di competizione tra piloti, perché non c’è più
la scusante della gomma, sono uguali per tutte, una volta scelta
dura o morbida, ovviamente.

Piloti italiani emergenti?

Oggi come oggi purtroppo non vedo piloti italiani molto forti, forse
Luca Scassa.

Cosa fa oggi Falappa, uomo immagine Ducati?
Un consiglio a tutti i motociclisti?

Il traffico è aumentato da diversi anni a dismisura. In strada ragazzi andate piano, state con gli occhi aperti, se volete andar forte, mi raccomando, andate in pista. Sprecate
due soldi per pagare la pista, ma meglio salvaguardarsi la vita. E’ molto più cara la vita della pista. Con la moto andate in strada, è bellissimo, però rispettate le regole per
favore perché è pericolosissimo, mettete a repentaglio la vostra vita e quella di altri inconsapevoli. In strada occhi aperti e cervello acceso. Il cervello si spegne quando si va
in pista. …Oddio, anche in pista si dovrebbe tener acceso, però tra le due… (e sorride...)

Intervista e foto di Roberto Mignanego
Vai ancora in moto?

Chi ha tempo? Faccio una valanga di chilometri all’anno col motorhome e non ho tempo di fare nient’altro. Vivo qui in pratica perché mi costerebbe troppo rientrare a casa
dopo ogni tappa del mondiale.